Le diverse dimensioni della qualità della vita nei comuni

di Jacopo Bassetto e Jacopo Signorelli

Per misurare la qualità della vita nell’ambiente circostante ci serviamo dei dati granulari raccolti nei censimenti della popolazione residente a cadenza decennale.

I dati completi sono disponibili dal 1991 al 2011, sebbene alcune variabili siano utilizzabili anche per la costruzione di serie storiche più lunghe. Non tutte le variabili sono costruite a partire da dati disponibili al pubblico: alcune sono state create appositamente da Istat e rese disponibili solo una volta elaborate. La fonte principale di dati per questa sezione è dunque 8milaCensus, un sito di Istat in cui le variabili rielaborate vengono raccolte ed organizzate per anni e regioni.

Per l’interpretazione delle mappe che seguono è importante notare che gli intervalli sono stati costruiti a partire dalla distribuzione dei valori di ciascun censimento. Sebbene non sia possibile comparare direttamente i colori e i corrispettivi intervalli è comunque possibile analizzare la variazione temporale nella distribuzione di tali valori. Inoltre, intervalli basati sulla distribuzione dei valori di ogni singola annata facilita l’interpretazione della distribuzione geografica per ciascun censimento.

I primi due indicatori descrivo la situazione socio-economica della popolazione residente, concentrandosi sulla diffusione ed intensità di disagio socio-economico e povertà. Mentre il primo indicatore, l’indice di vulnerabilità, è un indice composito che raggruppa una serie di indicatori sulla povertà della popolazione, il secondo è uno (significativo) tra gli indicatori. La mappa dell’indice di vulnerabilità, riportata in Figura 1, rivela chiaramente l’esistenza di tre Italie. Per tutte e tre le annate censuarie si può notare una separazione tra nord, centro e sud, con il nord sempre sotto la media dell’indice di vulnerabilità nazionale, il centro intorno alla media e il sud sopra la media. Esistono tuttavia alcune eccezioni. L’Alto Adige tende ad avere un indice di vulnerabilità alto rispetto al resto del nord, mentre la Puglia e la Sardegna – quest’ultima a partire dal 2001 – hanno un indice di vulnerabilità più basso rispetto alle altre regioni meridionali. Inoltre, a partire dal 2011 si può notare anche un aumento dell’indice – e quindi un aumento nella vulnerabilità – nella zona ligure. Una parte di queste variazioni spazio-temporali può essere spiegata da cambiamenti nella struttura demografica, come possiamo anche intuire paragonando queste mappe con quelle della parte 2 sulla demografia. Sia la Puglia, sia la Sardegna hanno vissuto negli ultimi decenni un periodo di spopolamento accompagnato da un aumento nelle attività ricettive (in parte forse proprio di quelle famiglie più in difficoltà e non solo di giovani altamente istruiti). La Liguria invece sta vivendo una fase di invecchiamento demografico, essendo la destinazione prediletta da molti anziani in pensione.

Figura 1

Figura 1: Indice di vulnerabilità socio-economica

Fonte: 8mila census (1991,2001,2011), Istat. Note: l’indicatore mappato è l’indice di vulnerabilità socio-economica costruito dalle variabili censuarie Istat. L’indicatore è una media aritmetica dei valori normalizzati dei seguenti indicatori: 1) incidenza percentuale della popolazione di 25-64 anni analfabeta e alfabeta senza titolo di studio; 2) incidenza percentuale delle famiglie con potenziale disagio economico; 3) incidenza percentuale delle famiglie con potenziale disagio assistenziale; 4) incidenza percentuale della popolazione in affollamento grave; 5) incidenza percentuale delle famiglie con 6 e più componenti; 6) incidenza percentuale di famiglie monogenitoriali giovani e adulte; 7) incidenza percentuale di giovani di 15-29 anni non attivi e non studenti. I valori comunali sono in relazione alla media nazionale del 1991 ( = 100). Gli intervalli valoriali sono costruiti in base alla distribuzione dei valori dell’indicatore per ogni censimento e corrispondo al 10, 25, 50, 75, 90 percentile.

In Figura 2 abbiamo mappato la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico, uno degli indicatori che compongono l’indice di vulnerabilità. L’indicatore rappresenta la percentuale – all’interno di ogni comune – di famiglie con figli in quali la figura di riferimento (i genitori nella maggior parte dei casi) non ha compiuto i 65 anni e nelle quali nessun componente è occupato o ritirato dal lavoro. Si tratta dunque di famiglie con spese notevoli, essendo i figli ancora parte integrante del nucleo famigliare, ma con scarse risorse economiche. Si noti che in questo caso i valori dell’indicatore sono distribuiti in maniera più eterogenea su tutto il territorio. Non è infatti possibile distinguere un pattern definito come per l’indice di vulnerabilità. Le zone con maggiore incidenza di famiglie in cui i figli sono a carico e i genitori non lavorano sono l’estremità della Calabria, l’area del napoletano, la riviera adriatica (soprattutto nella sua parte abruzzese) e gran parte della pianura padana. La zona con la più bassa incidenza è invece il nord-ovest, dove in molti comuni le famiglie in stato di disagio economico sono meno dell’1%. Guardando le legende si può notare che in generale nel corso degli anni la distribuzione dei valori si è “schiacciata” verso lo zero. Se nel 1991 il valore massimo era 32%, nel 2011 questo è sceso al 11.6%. Come già parzialmente visibile nelle mappe per l’indice di vulnerabilità, l’incidenza di famiglie in stato di disagio economico è calata soprattutto in Puglia e Sardegna, mentre è incrementata nella pianura padana. Al di là dei mutamenti demografici della popolazione già residente, l’aumento nella zona padana potrebbe essere dovuto ad un maggiore afflusso di stranieri che hanno probabilmente più difficoltà – almeno in un periodo iniziale di integrazione socio-economica – a trovare lavoro o che alternano più frequentemente fasi di lavoro a fasi di disoccupazione. Inoltre, il censimento 2011 è stato rilevato durante gli anni della crisi. L’alta concentrazione di piccole medie imprese nella zona padano-veneta e l’alto tasso di disoccupazione degli anni della crisi potrebbero ulteriormente spiegare la concentrazione di disagio economico nella zona.
È importante notare, infine, che la differenza nella distribuzione geografica tra indice composito e indicatore singolo suggerisce particolare attenzione nell’analisi del primo, che al suo interno può nascondere fenomeni differenti che possibilmente si contrappongono.

Figura 2

Figura 2: Incidenza di famiglie in stato di disagio socio-economico.

Fonte: 8mila census (1991,2001,2011), Istat. Note: l’indicatore mappato è la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico. Questo è calcolato come Rapporto percentuale tra il numero di famiglie con figli con la persona di riferimento in età fino a 64 anni nelle quali nessun componente è occupato o ritirato dal lavoro e il totale delle famiglie.

La seconda categoria di indicatori raggruppa indicatori sulla qualità delle abitazioni in ciascun comune. Ci concentriamo su due aspetti: la presenza di edifici di recente costruzione, e lo stato di conservazione degli edifici presenti.


In Figura 3 abbiamo mappato un indicatore che cattura l’incidenza di espansione edilizia. L’indicatore è costruito a partire dalle informazioni sull’anno di costruzione di ciascun edificio censito. In particolare, l’indicatore rappresenta la percentuale di edifici costruiti nel decennio precedente al censimento rispetto a tutti gli edifici presenti sul territorio comunale. A titolo di esempio, per il censimento 1991 l’indicatore esprime la percentuale di edifici eretti nel decennio 1981-1991. Dalla Figura 3 risulta evidente che nel corso degli anni l’espansione edilizia si è concentrata soprattutto al nord, nella regione padana e in Trentino in particolare. Mentre la percentuale di edifici costruiti nel decennio 1981-1991 è alta ed equamente distribuita su tutto il territorio, gli edifici del decennio 2001-2011 sono rari al sud, e concentrati al nord. Il blu scuro nel pannello c) rappresenta comuni in cui il 15-70% degli edifici è di recente costruzione nel 2011. Alcune eccezioni sono le aree più turistiche della Sardegna (Costa Smeralda e l’area di Cagliari), il Trentino e la costa adriatica. I mutamenti geografici e temporali sono da imputare a fenomeni differenti in base all’area interessata. Negli anni 80 è probabile che l’Italia vivesse ancora un periodo di espansione sia economica sia demografica. Entrambi hanno rallentato negli ultimi decenni, in particolare al sud che è rimasto meno coinvolto in fenomeni migratori dall’estero. Al contempo alcune aree italiane hanno visto un’espansione turistica rilevante, in particolare proprio alcune zone sarde, la riviera adriatica e il Trentino. Infine, parte della recente espansione edilizia nella regione padana può essere spiegata da un movimento della popolazione dalle aree urbane a quelle extra-urbane (simili a suburbs americani), alcune delle quali hanno visto un rinnovamento, mentre altre sono state costruite ex-novo.

Il secondo indicatore è la presenza di edifici in pessimo stato di conservazione e cattura la presenza (o assenza) di manutenzione o rinnovamento edilizio. Lo stato di conservazione degli edifici viene definito in base a classificazioni standard di Istat. In Figura 3 viene mappato l’indicatore per gli anni censuari in cui è disponibile, 2001 e 2011. Dalle mappe non emerge un chiaro pattern geografico, sebbene gli edifici in pessimo stato di conservazione si trovino maggiormente nelle regioni meridionali, nelle aree interne appenniniche e nelle zone montuose del nord Italia. Il Trentino rappresenta un’eccezione: dal 2001 al 2011 vi è stato un cambiamento notevole, ma non sorprendente. Negli ultimi decenni la regione ha investito sia in risanamento di vecchie strutture, sia nella costruzione di nuove (come si è visto in Figura 3).

Figura 3

Figura 3: Incidenza di espansione edilizia.

Fonte: 8mila census (1991, 2001, 2011), Istat. Note: l’indicatore mappato è l’indice di espansione edilizia. Questo è calcolato come Rapporto percentuale tra il numero delle abitazioni nei centri e nei nuclei abitati costruite nell’ultimo decennio ed il totale delle abitazioni nei centri e nei nuclei.

L’ultima categoria di indicatori che prendiamo in considerazione in questa sezione è la mobilità con mezzi pubblici, mappata in Figura 4 per tutti i comuni italiani. Questo serve come proxy per la disponibilità di mezzi pubblici sul territorio, sebbene possa in parte catturare anche preferenze dei singoli individui sui mezzi di spostamento.

Dalla mappa si notano due fenomeni. Da un lato la mobilità con i mezzi pubblici si concentra nelle grandi città, e dall’altro in alcune regioni specifiche: Trentino, Liguria e nel centro Sud. Per le grandi città è prevedibile che l’utilizzo dei mezzi sia in media più in alto che in altri comuni, essendo la disponibilità di mezzi maggiore ma anche la vicinanza tra i luoghi più corta. Nel prossimo paragrafo prenderemo ad esempio due città, Roma e Milano, per mostrare che all’interno di un’area urbana si possono trovare interessanti variazioni nell’utilizzo dei mezzi pubblici.

Per quanto riguarda la Liguria, il Trentino e il centro-sud è probabile che l’indicatore catturi non tanto l’utilizzo dei mezzi urbani quanto più quello di mezzi ferroviari (le tipologie di mezzo non sono distinte nell’indicatore). Là dove si osservano tassi di utilizzo più alti è dunque possibile che il fenomeno del pendolarismo sia più diffuso. Mentre in Trentino il pendolarismo è favorito da una diffusione capillare dei mezzi pubblici e dalla qualità del servizio, nel centro-sud (ma anche in Liguria) è probabile che il pendolarismo sia una soluzione necessaria al traffico delle arterie stradali che dalle zone periferiche portano ai centri urbani più grandi (Roma in primis).

Zoomando su due grandi città come Milano e Roma (Figura 5, pannelli a e b rispettivamente) si può notare come ci sia una notevole variazione nell’utilizzo dei mezzi pubblici. A Milano, per esempio, nelle aree semicentrali quasi metà della popolazione utilizza bus e metro per studio o lavoro, nel centro solo una persona su 4, mentre nelle zone più distanti dal centro 1 su 3. Si noti inoltre che le zone con il più alto tasso di utilizzo corrispondono a zone in cui sono presenti fermate delle diverse linee metropolitane (a sud-est la linea gialla, a sud-ovest la linea verde, a nord-est la linea rossa). La città di Roma sembra invece divisa in due, l’area centrale in cui almeno 1 su 4 utilizza i mezzi pubblici e le zone periferiche con tassi di utilizzo molto inferiori. È possibile anche notare un gradiente nord-sud nella zona più centrale. È probabile che questo sia indicativo dei flussi di lavoratori e studenti all’interno della città.

Figura 4

Figura 4: Utilizzo dei mezzi pubblici per la mobilità giornaliera per scuola o lavoro

Fonte: 8mila census (1991, 2001, 2011), Istat. Note: l’indicatore mappato è l’indice di utilizzo dei mezzi pubblici nel tragitto quotidiano casa-lavoro. Questo è calcolato come rapporto percentuale tra il numero di individui che usufruiscono giornalmente di mezzi pubblici (treno, metro, bus) e tutti coloro che si spostano giornalmente per lavoro o studio.

Figura 5: Utilizzo dei mezzi pubblici per la mobilità giornaliera per scuola o lavoro a Milano
Figura 5: Utilizzo dei mezzi pubblici per la mobilità giornaliera per scuola o lavoro a Roma

Fonte: 8mila census (2011), Istat. Note: l’indicatore mappato è l’indice di utilizzo dei mezzi pubblici nel tragitto quotidiano casa-lavoro. Questo è calcolato come rapporto percentuale tra il numero di individui che usufruiscono giornalmente di mezzi pubblici (treno, metro, bus) e tutti coloro che si spostano giornalmente per lavoro o studio.

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